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Premio Brignetti – “L’immensa distrazione”… della giuria
Elba Report: 05/10/2026 12:11:42

Il patto narrativo e la legge interna dell’opera: quando la coerenza diventa criterio di giudizio.
Dopo la recente proclamazione, a Portoferraio, dell’opera vincitrice del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba – Raffaello Brignetti, il presente intervento prende in esame, sotto il profilo critico-letterario, L’immensa distrazione di Marcello Fois, premiata nella 54ª edizione. Il riconoscimento, maturato attraverso il processo di selezione e valutazione della giuria, riflette inevitabilmente una gerarchia di valori, criteri e orientamenti critici che ha condotto a individuare nell’opera di Fois il libro ritenuto meritevole del massimo riconoscimento. Precisamente da questo esito e dalle ragioni letterarie e interpretative che esso presuppone, prende avvio il quadro concettuale qui delineato.
 
La coerenza del patto narrativo – Il riconoscimento attribuito a L’immensa distrazione testimonia evidentemente una valutazione molto alta della qualità letteraria dell’opera, della sua costruzione stilistica, della sua ambizione narrativa e della capacità di Marcello Fois di affrontare temi complessi e radicali quali la memoria, la morte, la colpa, la responsabilità e la ricostruzione retrospettiva di un’intera esistenza. Ciò che tuttavia lascia perplessi è che, nel riconoscere questi indubbi elementi di valore, la giuria sembri non aver attribuito analogo peso a una questione essenziale: la coerenza del patto narrativo stabilito con il lettore. Il romanzo costruisce infatti, per larga parte, una realtà riconoscibile, storicamente e psicologicamente determinata, nella quale gli avvenimenti si dispongono secondo rapporti di causa, conseguenza, memoria e responsabilità. È entro questa struttura che il lettore viene invitato a interpretare le vicende della famiglia Manfredini e a ricostruirne, insieme al protagonista, Ettore, il significato profondo.
 
La coerenza narrativa – Quando però la coscienza di Ettore oltrepassa i limiti della propria esperienza e acquisisce una conoscenza che non potrebbe derivare né dalla memoria, né dall’inferenza, né dalla normale ricostruzione degli eventi, il racconto sembra trasferirsi improvvisamente in una dimensione differente. Un episodio rende particolarmente evidente questo scarto: Ettore arriva a conoscere persino un sogno del figlio, esperienza che per sua natura appartiene soltanto alla coscienza di chi l’ha vissuta. La narrazione stessa si domanda come egli possa saperlo e risolve il problema affermando che “essere morti è come scrivere una storia: ci si prende ogni licenza possibile”. Ma il fenomeno non si limita al sogno: Ettore accede anche a scene della vita dei figli alle quali non era presente e a pensieri, sentimenti altrui. Non siamo dunque più soltanto nel territorio della memoria o della ricostruzione: l’onniscienza propria dello scrittore viene trasferita al personaggio attraverso la morte. Non semplicemente, dunque, si passa dalla realtà alla finzione, passaggio che appartiene per natura a qualsiasi romanzo, ma da una realtà romanzesca dotata di proprie regole a un diverso regime di conoscenza che quelle regole non aveva precedentemente istituito. È questa la distinzione decisiva.
 
La libertà dell’immaginazione e il limite dell’arbitrio – La realtà romanzesca non è affatto obbligata a coincidere con la realtà empirica. Può contenere fantasmi, resurrezioni, viaggi nel tempo, coscienze sopravvissute alla morte e qualsiasi altra invenzione. Ma perché tali elementi risultino organicamente appartenenti all’opera, debbono essere inscritti nel suo sistema narrativo: non devono essere reali ma coerenti con la realtà che il romanzo ha scelto di costruire. La libertà dell’immaginazione, infatti, non coincide con l’arbitrarietà della costruzione. Ciò che appare problematico in L’immensa distrazione è che la trascendenza sembra intervenire precisamente quando diventa necessaria per concedere al protagonista una conoscenza altrimenti irraggiungibile. Ed è qui che, con il massimo rispetto per l’autonomia e la competenza della giuria, nasce il dissenso. Premiare un’opera significa naturalmente riconoscerne il valore complessivo, non certificarne l’assenza di ogni elemento criticabile. Tuttavia, di fronte a un dispositivo così centrale per l’intera architettura del romanzo, sarebbe stato forse necessario interrogarsi più profondamente sulla frattura che si apre tra la realtà inizialmente istituita dal racconto e quella, di natura differente, introdotta nella sua conclusione. Per questo si potrebbe parlare, con un’espressione volutamente mutuata dal titolo stesso dell’opera, di una “immensa distrazione” anche del giudizio critico. Non una distrazione rispetto al valore della scrittura di Marcello Fois, che resta pienamente riconoscibile, ma rispetto alla questione più delicata della coerenza interna del romanzo. La distrazione consisterebbe nell’aver accolto come naturale un passaggio che naturale non appare alla luce delle premesse narrative precedentemente stabilite: il trasferimento da una dimensione storica, psicologica e concretamente umana a una condizione conoscitiva ulteriore che non appartiene alla realtà empirica e soprattutto, non risulta necessariamente inscritta neppure nella realtà romanzesca fino a quel momento costruita.
 
Non se la trascendenza sia credibile, ma se sia fondata – È precisamente questo il punto. Il problema non nasce perché la letteratura abbia oltrepassato la realtà: lo fa continuamente, ed è una delle sue più alte libertà. Nasce perché il romanzo, dopo aver stabilito una determinata grammatica del reale e del conoscibile, sembra modificarla nel momento in cui quella grammatica non è più sufficiente a condurre Ettore alla conoscenza conclusiva che l’autore intende attribuirgli. La questione, dunque, non è metafisica, ma logico-narrativa. Non si tratta di domandarsi se la trascendenza sia credibile, ma se sia stata narrativamente fondata. E questa differenza è essenziale, perché sottrae l’obiezione alla sfera del gusto personale. Quanto più una conoscenza è decisiva per il significato conclusivo del romanzo, tanto più rigorosamente dovrebbe risultare giustificato il dispositivo che consente al protagonista di raggiungerla.
 
Il sogno del figlio – Il sogno del figlio ne costituisce quasi il caso-limite: Ettore non recupera qualcosa che aveva dimenticato, né deduce qualcosa da fatti conosciuti; viene posto nella condizione di sapere retrospettivamente ciò che, nel momento in cui avveniva, poteva esistere soltanto nella mente di un altro. Se quella conoscenza non potrebbe essere conseguita entro le possibilità precedentemente riconosciute al personaggio, il problema non consiste nella sua straordinarietà, ma nel fatto che la condizione che la rende possibile sembra manifestarsi proprio nel momento in cui diviene necessaria alla conclusione. La giuria ha evidentemente ritenuto che questa trasfigurazione costituisse una forza poetica dell’opera. È una lettura rispettabile. Ma proprio su questo punto è possibile formulare una diversa valutazione: ciò che può apparire come elevazione metafisica può essere letto anche come interruzione della continuità narrativa; ciò che può sembrare profondità trascendente può essere interpretato come una soluzione introdotta rispetto a un sistema di possibilità che il romanzo non aveva precedentemente reso evidente.
 
Dove finisce l’ammirazione e comincia la critica – Una soluzione narrativa può, del resto, essere simbolicamente potente e al tempo stesso strutturalmente discutibile. Le due valutazioni non si escludono. Ed è forse proprio qui che la critica deve distinguersi dall’ammirazione: l’ammirazione riconosce la forza dell’esito; la critica deve domandarsi anche attraverso quale necessità formale quell’esito sia stato raggiunto. La più sottile delle “immense distrazioni” potrebbe allora consistere nel lasciarsi affascinare dalla potenza simbolica della conclusione al punto da non domandarsi più se quella conclusione appartenga veramente, e organicamente, al mondo narrativo che l’ha preceduta. Questo perché esiste una differenza profonda fra un finale che rivela retrospettivamente qualcosa che era già inscritto nell’opera e un finale che introduce retrospettivamente una possibilità della quale l’opera, per concludersi, ha bisogno. Nel primo caso la conclusione illumina ciò che era nascosto. Nel secondo aggiunge ciò che mancava. È questa distinzione a rendere il dissenso non emotivo, ma conseguenziale. Infatti, il romanzo istituisce un determinato sistema di possibilità: prima per larga parte dell’opera la conoscenza di Ettore è circoscritta dall’esperienza, dalla memoria e dalla ricostruzione degli eventi; poi la sua conoscenza conclusiva eccede questi stessi limiti. Allora la domanda sulla legittimità narrativa di tale eccedenza non deriva da una preferenza personale del lettore, ma dal rapporto logico fra le premesse dell’opera e il loro esito.
 
Quando il giudizio diventa, a sua volta, materia di giudizio – Il dissenso, dunque, non riguarda soltanto una particolare soluzione escogitata dall’autore ma inevitabilmente anche il giudizio che quella soluzione ha ricevuto. E proprio perché il Premio Brignetti rappresenta un riconoscimento letterario autorevole, risulta legittimo sottoporre anche il suo verdetto alla stessa esigenza critica che si applica all’opera premiata: la grandezza di una costruzione letteraria non dovrebbe sottrarre le sue eventuali contraddizioni all’esame del lettore, né il prestigio di un premio dovrebbe trasformarle in verità narrative sottratte alla discussione. L’autorevolezza di una giuria, del resto, non consiste nell’essere al riparo dalla critica, ma nel rendere la critica più significativa. In questa prospettiva, il titolo di Fois finisce quasi involontariamente per estendersi oltre i confini del romanzo: l’“immensa distrazione” non sarebbe soltanto quella dell’uomo che comprende la propria vita quando ormai non può più cambiarla, ma anche quella di uno sguardo critico che, sedotto dalla forza metafisica dell’opera, rischia di trascurare il momento esatto in cui il romanzo non abbandona semplicemente la realtà, ma modifica la realtà che esso stesso aveva deciso di costruire.
 
La letteratura può infrangere il mondo, non impunemente se stessa – La letteratura può infrangere tutte le leggi del mondo. Ciò che non può fare senza esporsi alla critica è infrangere, senza averlo preparato, le proprie. Ed è precisamente in questa differenza, sottile ma decisiva, che si concentra il dissenso.
 
Alberto Zei
da www.paeseroma.it

Fonte: https://www.elbareport.it/arte-cultura/item/82175-premio-brignetti-%E2%80%93-%E2%80%9Cl%E2%80%99immensa-distrazione%E2%80%9D%E2%80%A6-della-giuria