"Riaprite i carceri di Pianosa e Asinara": Richiesta-shock deli sindacato della Penitenziaria a Nordio
Elba Report: 23/08/2026 12:44:21
“Il carcere non può essere governato dalla legge del più forte. Davanti a detenuti che aggrediscono ripetutamente gli agenti, devastano le sezioni, minacciano e sopraffanno altri reclusi, non possiamo continuare semplicemente a spostare il problema da un istituto all’altro. Al ministro della Giustizia Carlo Nordio chiediamo un immediato cambio di passo: utilizzare pienamente gli strumenti già previsti dall’ordinamento e valutare concretamente la riapertura di Pianosa e Asinara, o comunque la realizzazione di strutture nazionali specializzate per la gestione dei detenuti ad altissima criticità”. È quanto afferma Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE), intervenendo sul crescente fenomeno delle aggressioni e degli eventi critici provocati da una minoranza di detenuti particolarmente violenti e ingestibili. Il leader del SAPPE richiama l'impostazione e i contenuti dell'articolo di Giovanni Battista de Blasis pubblicato sul blog “poliziapenitenziaria.it”, con particolare riferimento alla necessità di superare la logica dei semplici trasferimenti e di valorizzare gli strumenti già previsti dall'ordinamento, a partire dagli articoli 14-bis e 32.
“Non chiediamo leggi speciali, né una sospensione delle garanzie costituzionali – sottolinea Capece –. Chiediamo semplicemente che lo Stato utilizzi fino in fondo gli strumenti che già possiede. L’articolo 14-bis dell’Ordinamento penitenziario consente il regime di sorveglianza particolare per chi compromette la sicurezza, turba l’ordine, usa violenza o minaccia. E l’articolo 32 del D.P.R. 230/2000 prevede la possibilità di assegnare ad appositi istituti o sezioni quei detenuti il cui comportamento richieda particolari cautele”. “Il problema – prosegue – è che queste norme rischiano di rimanere sulla carta se non esistono spazi adeguati e strutture realmente organizzate per applicarle. In un sistema sovraffollato, trasferire un detenuto violento da un carcere ordinario a un altro carcere ordinario significa spesso soltanto spostare l’incendio da una stanza all’altra”.
Il SAPPE evidenzia come la gestione quotidiana dei detenuti violenti ricada pesantemente sulla Polizia Penitenziaria. “Oggi il poliziotto penitenziario – dice Capece – affronta spesso aggressioni a mani nude. Non dispone ordinariamente di strumenti individuali non letali che consentano di interrompere a distanza un’aggressione. Deve avvicinarsi, esporsi fisicamente, bloccare e contenere il detenuto. Se l’aggressore è particolarmente robusto, alterato o insensibile al dolore, possono essere necessari diversi operatori. È così che un singolo detenuto può arrivare a ferire quattro, cinque o più poliziotti”. “E c’è un altro elemento che non possiamo ignorare – aggiunge il segretario generale del SAPPE –: il crescente timore degli operatori per le conseguenze giudiziarie delle loro azioni. Ogni abuso deve essere perseguito, questo è fuori discussione. Ma non possiamo pretendere che un poliziotto, mentre viene aggredito o cerca di salvare un collega o un altro detenuto, debba contemporaneamente interrogarsi se l’intervento necessario e proporzionato per fermare la violenza potrà trasformarsi domani in un procedimento penale. Servono regole chiare, formazione, strumenti adeguati e certezza delle procedure”.
Per il primo Sindacato dei Baschi Azzurri del Corpo, inoltre, il carcere sta progressivamente diventando anche il luogo nel quale vengono scaricate problematiche che richiederebbero risposte sanitarie e sociali. Al 31 dicembre 2025 risultavano 20.767 detenuti tossicodipendenti su 63.499 presenti, circa uno ogni tre. “Tossicodipendenza e disagio psichiatrico non significano automaticamente violenza – precisa Capece –. Ma quando patologie, dipendenze o particolari condizioni comportamentali si accompagnano a condotte aggressive, imprevedibili e reiterate, il sistema deve essere in grado di rispondere con strumenti adeguati. Il carcere non è un ospedale psichiatrico e la Polizia Penitenziaria non è personale sanitario”. Da qui la proposta di strutture nazionali specializzate, eventualmente anche in realtà insulari, progettate secondo criteri completamente diversi dal carcere ordinario: piccoli numeri, sezioni autonome, elevato rapporto agenti-detenuti, videosorveglianza moderna, sistemi elettronici di sicurezza, allarmi individuali, comunicazioni radio affidabili, personale appositamente formato, assistenza sanitaria e psichiatrica permanente, tecniche di de-escalation e addestramento operativo.
“Non pensiamo ai vecchi supercarceri come a qualcosa da ripristinare nostalgicamente – chiarisce il leader storico del SAPPE –. Pensiamo al principio organizzativo che quelle esperienze ci hanno lasciato: le criticità estreme devono essere concentrate, specializzate e governate, non semplicemente distribuite in modo indiscriminato negli istituti ordinari”.
Il SAPPE ritiene che il criterio di assegnazione non debba essere la diagnosi, la nazionalità, la tossicodipendenza, il tipo di reato o una generica etichetta di pericolosità, ma il comportamento concretamente tenuto durante la detenzione: aggressioni gravi o reiterate, violenza sistematica, sopraffazione, danneggiamenti continui e condotte capaci di compromettere seriamente e persistentemente ordine e sicurezza. “Separare chi manifesta sistematicamente comportamenti violenti – osserva – non significa tutelare soltanto la Polizia Penitenziaria. Significa proteggere anche gli altri detenuti, gli operatori sanitari, gli educatori e tutto il personale. Chi sta scontando una pena non perde il diritto a non essere picchiato, minacciato, ricattato o assoggettato dal compagno di sezione più violento”. “Per questo chiediamo al ministro Nordio di convocare urgentemente le organizzazioni sindacali e di aprire un confronto serio su questo tema. L’articolo 14-bis esiste. L’articolo 32 esiste. L’esperienza dei circuiti differenziati esiste. Le tecnologie per realizzare strutture molto più sicure e controllabili di quelle del passato esistono. Quello che serve ora è la volontà politica di mettere insieme questi strumenti”.
“Pianosa e Asinara – conclude Capece – non devono necessariamente tornare a essere i supercarceri degli anni Ottanta e Novanta. Ma quelle realtà possono rappresentare un punto di partenza per studiare strutture moderne, nazionali e specializzate. Se quelle isole non saranno logisticamente, economicamente o ambientalmente utilizzabili, si individuino altre soluzioni. Ma lo studio va fatto subito. Perché continuare a trasferire i detenuti violenti da un carcere all’altro non è una politica penitenziaria: è soltanto un ‘Giro d’Italia’ del disagio e della violenza, nel quale cambia la tappa ma non cambia il risultato”.
“Lo Stato – conclude il segretario generale del SAPPE – deve tornare a dare segnali chiari: a comportamenti gravemente violenti devono corrispondere conseguenze concrete, proporzionate e previste dall’ordinamento. La sicurezza non è il contrario dei diritti. È la condizione necessaria perché i diritti di tutti, detenuti e operatori, possano essere realmente garantiti”.
Dott. Donato CAPECE – segretario generale SAPPE