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Pianosa: un ecosistema non è un contenitore
Elba Report: 04/08/2026 12:08:46

Negli ultimi giorni molto è stato scritto sulla proposta di trasferire alcuni esemplari di Cinta Senese sull'isola di Pianosa. Si è parlato del valore della razza, della tutela della biodiversità, del rischio sanitario rappresentato dalle zecche, della compatibilità con gli obiettivi di un Parco Nazionale e dei possibili riflessi sulla certificazione internazionale del Parco. Vorrei però proporre una riflessione diversa: quella dell'ecologia.
 
Ogni anno, quando inizio il corso di Ecologia, dico ai miei studenti che, se dovessi cambiargli nome, lo chiamerei "Ecologia delle relazioni". Perché l'ecologia non studia semplicemente le specie, ma i legami che le uniscono tra loro e con l'ambiente. È da questi legami che nasce il funzionamento della natura. Per spiegare questo concetto ricorro spesso a una delle più belle metafore mai scritte, che non si trova in un trattato scientifico ma in una canzone di Sergio Endrigo, su testo di Gianni Rodari: “Ci vuole un fiore”. Dietro quella filastrocca si nasconde, probabilmente senza volerlo, uno dei principi fondamentali dell'ecologia: la natura non funziona per addizione, ma per relazioni. Per questo introdurre un organismo non significa aggiungere un elemento a un sistema: significa cambiare il sistema stesso.
 
Un ecosistema non è un contenitore nel quale possiamo inserire o rimuovere organismi senza conseguenze. Un ecosistema non può essere suddiviso in compartimenti stagni.
 
Pensare che sia sufficiente confinare degli animali all'interno di un recinto per isolarne gli effetti ecologici significa dimenticare che acqua, suolo, nutrienti, microrganismi e specie viventi sono collegati da relazioni che non conoscono recinzioni. Quando un ecologo valuta l'introduzione di un nuovo organismo non si chiede soltanto se quell'animale riuscirà ad adattarsi al nuovo ambiente, ma soprattutto quale effetto avrà sull'intero sistema.
 
La Cinta Senese, come tutti i suini, non rappresenta semplicemente un animale in più. Gli ecologi definiscono questi animali "ingegneri dell'ecosistema" (ecosystem engineers), perché attraverso il loro comportamento modificano profondamente l'ambiente in cui vivono. Il grufolamento altera la struttura del suolo, redistribuisce nutrienti, modifica la vegetazione, influenza le comunità microbiche, trasporta semi e ospita parassiti e microrganismi. In altre parole, modifica il sistema di relazioni sul quale si fonda l'ecosistema.
 
In ecologia esiste un principio semplice: quando cambia una relazione, non cambia soltanto la specie coinvolta. Cambia l'intera rete di interazioni che sostiene l'ecosistema. È per questo che gli effetti maggiori raramente sono quelli immediatamente osservabili. Le conseguenze più importanti derivano spesso da effetti indiretti che si propagano nel tempo. Alterare anche una sola componente significa modificare un equilibrio che coinvolge il suolo, le comunità microbiche, la vegetazione e, attraverso una complessa rete di interazioni, l'intera comunità biologica. Allo stesso modo, l'introduzione di un nuovo ospite può modificare la dinamica di parassiti e patogeni, alterando le connessioni tra fauna selvatica, animali domestici e uomo, secondo quella visione oggi sintetizzata nel concetto di One Health, che riconosce come la salute degli ecosistemi, degli animali e dell'uomo costituisca un unico sistema strettamente interconnesso.
 
In circa quarant'anni di ricerca ho imparato che gli ecosistemi sono molto più complessi di quanto spesso immaginiamo. Gli effetti più importanti di una perturbazione non sono quasi mai quelli che prevediamo all'inizio, ma quelli che emergono anni dopo, quando ormai intervenire è molto più difficile. È questa esperienza che mi porta a considerare il principio di precauzione uno dei cardini dell'ecologia della conservazione.
 
Pianosa rappresenta oggi uno dei più importanti esempi italiani di restauro ecologico. L'eradicazione delle specie invasive, tra cui principalmente il ratto nero, ha richiesto anni di lavoro, importanti investimenti economici e competenze scientifiche elevate. L'obiettivo non era semplicemente eliminare una specie, ma consentire all'isola di recuperare il più possibile il proprio funzionamento naturale. Il successo di un intervento di restauro non consiste soltanto nella rimozione di una specie invasiva, ma nella capacità di permettere all'ecosistema di ricostruire spontaneamente le proprie relazioni. Il restauro ecologico non termina con l'eradicazione. È proprio da quel momento che inizia la fase più delicata, durante la quale l'ecosistema ricostruisce lentamente i propri equilibri. Introdurre deliberatamente un nuovo grande mammifero significa inserire una nuova perturbazione proprio mentre questo processo è ancora in corso.
 
Vorrei essere chiara: queste riflessioni non rappresentano una critica alla Cinta Senese. Al contrario. La Cinta Senese è una delle razze autoctone italiane di maggior valore e merita di essere tutelata con ogni mezzo. Proprio per questo credo che debba essere conservata nel territorio che l'ha generata. Le colline senesi, la Montagnola Senese, il Chianti e i boschi della Toscana centrale non sono soltanto il luogo dal quale questa razza prende il nome. Sono il contesto ecologico, storico e culturale nel quale, nel corso dei secoli, ha sviluppato le proprie caratteristiche, adattandosi a un determinato paesaggio, a specifiche risorse alimentari e a un preciso modello di allevamento estensivo. È lì che la Cinta Senese ha costruito le proprie relazioni con l'ambiente.
 
Pianosa, invece, rappresenta qualcosa di completamente diverso. È un ecosistema insulare unico nel Mediterraneo, il cui valore risiede proprio nell'integrità dei suoi processi ecologici e nello straordinario lavoro di conservazione che negli ultimi anni ne ha favorito il recupero.
 
La tutela della Cinta Senese e quella di Pianosa non sono obiettivi in contrapposizione. Possono e devono essere perseguite entrambe, ma nel luogo più appropriato. Conservare la Cinta Senese significa proteggerla nel territorio che l'ha resa ciò che è. Conservare Pianosa significa continuare a proteggere un ecosistema che, dopo anni di restauro ecologico, sta lentamente ritrovando il proprio equilibrio.
 
La domanda, quindi, non è se la Cinta Senese meriti di essere tutelata: la risposta è certamente sì. La vera domanda è un'altra. Dopo anni di lavoro per restituire a Pianosa i suoi processi ecologici, siamo davvero sicuri che introdurre deliberatamente un nuovo grande mammifero rappresenti la scelta più coerente con quel percorso? Forse è proprio qui che torna attuale la lezione racchiusa nella semplice canzone di Sergio Endrigo e Gianni Rodari. “Ci vuole un fiore” ci ricorda che in natura ogni elemento esiste perché è legato agli altri. Ed è questa trama di relazioni invisibili, più ancora della presenza o dell'assenza di una singola specie, il patrimonio più prezioso che un ecologo è chiamato a comprendere e a conservare.
 
Letizia Marsili
 
Professoressa Ordinaria di Ecologia all'Università di Siena.
Direttrice del Centro Interuniversitario per la Ricerca sui Cetacei (CIRCE).
Coordinatrice del Dottorato di Ricerca di Scienze e Tecnologie Ambientali Geologiche Polari.
Membro della Commissione Nazionale per il conferimento dell’Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di Professore Universitario di prima e seconda fascia nel settore concorsuale 05/C1-ECOLOGIA.
Responsabile per la Regione Toscana delle tre università toscane nel monitoraggio della Biodiversità Marina per il progetto NAT.NE.T. 3.
Membro del Comitato Scientifico del Parco della Maremma.
Membro della Consulta della Biodiversità Toscana per l'Università di Siena.
Membro della Società Italiana di Ecologia (SITE) e della Società Italiana di Biologia Marina (SIBM).
Consigliere del Direttivo dell’Associazione  “Casa dei Pesci – ETS”.
Socia dell’Accademia dei Fisiocritici di Siena.

Fonte: https://www.elbareport.it/scienza-ambiente/item/81041-pianosa-un-ecosistema-non-%C3%A8-un-contenitore