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Sui tetti di Nevio Leoni, dove Portoferraio diventa pensiero
Elba Report: 03/08/2026 11:19:25

È di imminente apertura, nella sala Telemaco Signorini, al fresco delle potenti mura medicee del porto dell’antica Cosmopoli, la mostra d’arte figurativa allestita dal pittore Nevio Leoni. Si tratta di opere riguardanti soprattutto la città e i suoi dintorni, che resteranno esposte per alcuni giorni di questa torrida estate elbana. Si può dire che la produzione pittorica di questo artista attraversi con lo sguardo l’intera città, in quanto riprende le strade, le piazze, le abitazioni, i vicoli più impervi e le architetture medicee ancora presenti nella parte antica di Portoferraio. All’interno di questa varietà di soggetti, tuttavia, i tetti costituiscono uno dei motivi più ricorrenti e riconoscibili della sua produzione, fino a diventarne quasi una matrice espressiva. È proprio in ragione della loro ripetuta presenza che in questo articolo si preferisce soffermarsi su di essi, interrogando ciò che si cela dietro una rappresentazione tanto particolareggiata nella definizione delle forme e dei colori da avvicinarsi alla precisione di un mosaico.
 
Una città da abitare con lo sguardo
I quadri di questo pittore non si limitano a essere guardati: chiedono allo spettatore di prendere posizione al loro interno. Tra mare, tetti e memoria, la città dipinta diventa il luogo in cui l’essere incontra il dover essere. Vi sono pittori che si limitano a rappresentare un paesaggio e altri che riescono a trasformarlo in un’esperienza interiore. I dipinti di Leoni, che appartengono a quest’ultima categoria, non chiedono soltanto di essere osservati, ma di essere vissuti: invitano lo spettatore a entrare nella scena, a sostare nel silenzio degli scorci, a condividere la forza evocativa dei netti colori e delle prospettive. Gli abitanti di Portoferraio possono riconoscere in queste rappresentazioni una parte significativa della propria identità tradizionale. Infatti, per quanto riguarda questa produzione pittorica caratteristica, si può dire che le tele di questo pittore restituiscano il volto di una Portoferraio che appartiene insieme alla sua storia, a quando il rosso dei tetti era il segno distintivo del paesaggio urbano e raccontava, con la sua semplice presenza, la continuità della vita cittadina. Soffermarsi davanti a una di queste opere significa concedersi un tempo di contemplazione. Dall’osservazione nasce un dialogo silenzioso fra il dipinto e chi lo guarda, che finisce per coinvolgere la memoria, i sentimenti e il significato stesso che riaffiora dai luoghi rappresentati.
 
Il rosso che custodisce la memoria
Prima ancora della forma, è il colore, come detto, a catturare lo sguardo e a guidare il pensiero. Il rosso dei tetti di Portoferraio non è un semplice dato cromatico: è la voce stessa della città. Le tegole, illuminate dal sole e rese vive dalla luce del cielo, si accendono in diverse sfumature, dal rosso intenso della terracotta scaldata al tono più morbido delle superfici consumate dal tempo. Ogni copertura viene sostanzialmente tratteggiata in sottoinsiemi dotati di una propria gradazione, che a loro volta compongono una trama cromatica a mosaico che unifica il paesaggio urbano.
Quel rosso delle tegolature è calore, memoria, vita sedimentata. È il segno del lavoro umano, dell’argilla trasformata dal fuoco e divenuta riparo. Ogni tegola porta idealmente con sé il ricordo delle mani che l’hanno modellata e delle generazioni che, sotto di essa, hanno abitato, sperato, sofferto e amato. Dinanzi a una delle tipiche raffigurazioni dei tetti di Portoferraio, l’osservatore non contempla soltanto una distesa purpurea di tegole: entra nel paesaggio, vi prende posto e ne percorre idealmente le sommità.
 
Quando la fantasia diventa esperienza
La fantasia, allora, non introduce una semplice ipotesi: inaugura una diversa forma di realtà. Nel momento in cui lo sguardo si posa sulla trama urbana di Portoferraio, l’osservatore è già là, sopra quei tetti. Sale sul primo, ne raggiunge il culmine, si ferma, guarda il mare e la città; poi avanza, supera lo spazio che lo separa dalla copertura successiva e continua il proprio itinerario. Egli sa di trovarsi dinanzi a una rappresentazione pittorica, ma nella propria esperienza immaginativa non dubita e non procede per esitazioni: abita il luogo che la pittura gli consegna. Nella fantasia il salto avviene, il tetto sostiene il passo, la città si apre sotto lo sguardo. Qui si manifesta il vero salto qualitativo dell’immaginazione. La fantasia non dissolve il reale nell’evanescenza, ma gli conferisce una nuova consistenza. Non nega il mondo visibile: lo oltrepassa, lo amplia e infine lo trasforma in esperienza personale.
 
Ogni tetto, una stazione del pensiero
Ogni tetto diventa così una stazione del pensiero. L’osservatore vi giunge portando con sé la propria storia, i ricordi familiari, le appartenenze, le speranze e le domande che accompagnano la sua esistenza. Su una copertura ritrova un episodio dell’infanzia; su un’altra riconosce il profilo della propria città; su un’altra ancora eleva un pensiero, lo sottrae alla consuetudine e lo conduce verso una dimensione più alta. In piedi sul tetto, egli domina la panoramica di Portoferraio e, nello stesso istante, anche quella dei propri pensieri. Le altezze, le pendenze, gli sbalzi, le sovrapposizioni e le differenti inclinazioni delle coperture traducono visivamente il movimento della vita interiore. Alcuni pensieri emergono, altri rimangono in ombra; alcuni salgono, altri discendono; alcuni si dispongono con ordine, altri si accavallano come le case di una città costruita nel tempo. La conformazione dei tetti diventa pertanto il simbolo di una condizione esistenziale.
 
Il punto in cui la casa incontra il cielo
I tetti così precisamente delineati offrono una rappresentazione concreta di questa elevazione. Appartengono alle case e ne proteggono l’intimità, anche quando il tempo trasforma le forme architettoniche; nello stesso tempo si espongono al cielo, al vento, alla luce e alla vastità del paesaggio. Sono il punto in cui la struttura dell’abitare incontra l’apertura dell’orizzonte. Salire sul tetto significa perciò abbandonare, almeno per un momento, il piano ordinario dell’esistenza e raggiungere una posizione dalla quale la vita si lascia osservare nella sua interezza. Ogni passaggio da un tetto all’altro coincide con un avanzamento della coscienza. Il salto esprime decisione, trasformazione, superamento: non è fuga dalla realtà, ma mutamento del punto di osservazione. Dall’alto, ciò che appariva frammentario acquista una forma. Le strade si collegano fra loro, le case entrano in relazione, le distanze si ricompongono in un disegno unitario. Anche i ricordi personali e familiari, contemplati da questa altezza simbolica, cessano di essere episodi isolati: entrano in una trama più vasta, acquistano proporzione e significato. Nei tetti di Leoni l’osservatore riconosce la continuità delle generazioni, la protezione della casa, il senso dell’appartenenza e la persistenza silenziosa delle vite trascorse dentro gli edifici.
 
Un quadro come luogo personale della memoria
Ogni portoferraiese, visitando la mostra e ritrovando nei dipinti di questo pittore le prospettive familiari della città, potrebbe eleggere idealmente un quadro a luogo personale della memoria: porsi davanti a esso, abitarlo con lo sguardo e riconoscervi qualcosa di sé. Non si tratta soltanto di osservare una veduta di Portoferraio, ma di lasciarsi osservare da essa, verificando quanto quei tetti, quelle luci e quelle distanze corrispondano alla propria realtà più intima.
È un’esperienza che merita di essere vissuta, perché ciascuno può trovare, camminando su quelle immagini, il paesaggio nel quale la città esteriore torna a coincidere con la propria storia interiore. È qui che risiede l’originalità più profonda dell’opera di Nevio Leoni: il quadro smette di essere soltanto un’immagine e diventa un luogo del pensiero. Un luogo nel quale non basta guardare. Occorre entrare, scegliere la propria altezza e prendere posizione.
 
Alberto Zei

Fonte: https://www.elbareport.it/arte-cultura/item/81012-sui-tetti-di-nevio-leoni,-dove-portoferraio-diventa-pensiero