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Quando la contabilità conta più dell'inclusione: la storia di mia figlia disabile
Elba Report: 02/07/2026 15:10:10

Sono la madre di una ragazza con grave disabilità riconosciuta ai sensi della Legge 104/92, art. 3 comma 3.
Scrivo perché credo che la vicenda di mia figlia non riguardi soltanto la nostra famiglia, ma tutte le famiglie che ogni giorno affidano alla scuola i propri figli più fragili.
 
Mia figlia ha frequentato il Liceo delle Scienze Umane per sei anni. In questo tempo non ha soltanto studiato. È cresciuta. Ha imparato a fidarsi degli altri, a relazionarsi con i compagni, a muoversi con maggiore autonomia, a costruire una propria identità. Per lei la scuola non era semplicemente un edificio: era diventata una seconda casa.
 
Durante l'ultimo anno, nel corso dell'incontro ufficiale di metà anno tra scuola, famiglia e specialisti, che segue il percorso degli studenti con disabilità (GLO), era emersa una posizione ampiamente condivisa da chi conosceva davvero il suo percorso: la famiglia, il neuropsichiatra, l'educatrice e logopedista di fiducia, l'insegnante di sostegno che l'ha accompagnata negli anni e altri operatori coinvolti.
 
Tutti riconoscevano gli importanti progressi raggiunti, ma anche le fragilità ancora presenti nella comunicazione, nelle autonomie e nelle relazioni sociali.
Per questo gran parte di questo gruppo riteneva che un ulteriore anno di frequenza potesse rappresentare una preziosa opportunità per consolidare le competenze acquisite e preparare con maggiore serenità il passaggio alla vita adulta, qualora non fossero stati individuati percorsi alternativi adeguati.
 
Mia figlia non ha ancora compiuto 21 anni. Avrebbe voluto (e potuto) restare a scuola ancora un anno. Lo desiderava lei. Lo desideravamo noi come famiglia. Non per paura del futuro, ma perché vedevamo quanto quel contesto fosse ancora importante per la sua crescita.
 
Nel GLO finale, però, questa possibilità è stata esclusa a priori. Ci è stato detto che la ripetenza non era praticabile, richiamando motivazioni normative e amministrative e gli ottimi risultati scolastici ottenuti dalla studentessa. Ma chi conosce il mondo della disabilità sa bene che i voti non raccontano tutta la storia. Mia figlia ha seguito un percorso didattico differenziato e altamente personalizzato. Quei risultati, di cui siamo orgogliosi, non cancellano le difficoltà che ancora oggi affronta ogni giorno.
 
Ha sostenuto l'esame di maturità attraverso le prove predisposte per il suo percorso educativo.
Riceverà un attestato di frequenza.
Eppure il giorno in cui tutto è finito non c'è stata gioia. C'erano lacrime. È tornata a casa piangendo.
La sensazione che ci ha lasciato questa vicenda è che una ragazza fragile, che aveva trovato nella scuola un luogo sicuro e relazioni significative, sia stata accompagnata verso l'uscita proprio nel momento in cui avrebbe avuto ancora bisogno di essere sostenuta.
 
Come madre mi chiedo: che cosa significa davvero inclusione?
Significa forse accompagnare uno studente fino all'ultimo giorno consentito dalle procedure? Oppure significa ascoltare la persona, rispettarne i tempi, valorizzarne il progetto di vita e costruire percorsi che rispondano ai suoi reali bisogni?
Ho l'impressione che sempre più spesso la scuola venga costretta a ragionare secondo logiche amministrative e aziendali che poco hanno a che vedere con la fragilità umana.
 
Quando si parla di ragazzi con disabilità, però, i numeri, i regolamenti e le esigenze organizzative non dovrebbero mai diventare più importanti delle persone e di una stessa legge la 104/92 ancora in vigore.
 
Per questo motivo ho deciso di inviare tutta la documentazione all'Ufficio Scolastico Provinciale, chiedendo che venga valutato quanto accaduto. Non per cercare uno scontro, non per puntare il dito contro singole persone, ma perché credo che una vicenda come questa meriti attenzione e chiarezza.
Lo faccio soprattutto pensando agli altri ragazzi che verranno dopo mia figlia.
 
Se l'inclusione è davvero un valore, allora deve essere qualcosa di più di una parola pronunciata nei convegni o scritta nei documenti ufficiali.
Deve essere la capacità di guardare una persona fragile e domandarsi non che cosa convenga all'organizzazione, ma che cosa sia davvero giusto per lei.
 
Laura Pagnini

Fonte: https://www.elbareport.it/cronaca/item/80431-quando-la-contabilit%C3%A0-conta-pi%C3%B9-dell-inclusione-la-storia-di-mia-figlia-disabile