Stati Uniti - Israele: il conflitto con l'Iran si sta allargando
Elba Report: 02/03/2026 09:50:33
Sabato mattina, 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran. La questione ci deve preoccupare, questo non e' un conflitto regionale, ma globale di cui le conseguenze sono opache. Dopo che Trump non ha dato nessun "warning" al presidente del Consiglio dei ministri italiano Giorgia Meloni, sull'imminente attacco all'Iran, e visto che il ministro della Difesa Guido Crosetto bloccato a Dubai è rientrato con un aereo militare a sue spese, in tutto ciò, pare di riscontrare una possibile incrinatura nei rapporti non solo personali ma anche di "intelligence" tra gli Stati Uniti e I 'Italia? Non hanno informato i servizi UK e italiani. Sicuramente una pagina triste per Crosetto, una persona seria.
L'Iran sta rispondendo attaccando le basi nella regione non solo americane, ma Israele e i Paesi del Golfo, con missili e droni. Vi sono i primi morti e feriti americani in una base in Kuwait e si sono sentite esplosioni vicino a una base britannica a Cipro. Cipro fa parte dell'Unione Europea che prevede delle forme di difesa. Poi, ci sono i primi caccia USA abbattuti e intanto gli Hezbollah hanno usato la forza e subito i caccia israeliani hanno attaccato il Sud Libano e la Valle della Bekaa e l'IDF ha minacciato l'invasione via terra del "Paese dei cedri". Il conflitto si sta allargando. Anche l'Italia potrebbe essere un "target".
Inizio dal 20 marzo 2003 quando il presidente George W. Bush decise la guerra all'Iraq per un cambio di regime e deporre Saddam Hussein. La motivazione: la presenza a Baghdad di armi di distruzione di massa (mai trovate). Formalmente la guerra si concluse il 18 dicembre 2011 con il presidente Barack Obama. Otto anni inutili di morti e feriti, di distruzioni e bombardamenti. Perché, per cosa, per chi, per come?
Vi e' lo strano senso di "déja vu" a Washington, con il mondo in ansia per l'attacco degli Stati Uniti e Israele all'Iran. Trump non sarebbe diventato il 47° presidente se non fosse stato anche per la narrazione negativa alla guerra in Iraq. Ha preso posizioni strategiche simili a quelle che hanno portato l'ex presidente George W. Bush al disastro.
L'enorme rafforzamento della potenza navale e aerea in Medio Oriente, la più grande dai tempi dell'invasione di Baghdad che rovesciò il presidente Saddam Hussein, ha portato al conflitto armato con Teheran.
Niente più colloqui a Ginevra, le armi stanno facendo il loro lavoro. Quasi mai i presidenti schierano una forza così vasta e potente senza usarla.
George W. Bush ha trascorso mesi a sostenere la causa della guerra, sebbene basata su informazioni errate e premesse false. Probabilmente, Donald Trump, la stava già elaborando dopo il discorso sullo Stato dell'Unione. Un presidente improvvisatore, "umorale" e potente che ha avvertito l'Iran che non gli sarà permesso di possedere una bomba nucleare e missili balistici. Ciò è sembrato piuttosto strano visto che dopo la Guerra dei 12 giorni del giugno scorso, aveva affermato di avere "annientato" il programma nucleare di Teheran. Gli echi storici si sono fatti più forti quando ha parlato dei missili balistici iraniani.
Invocando minacce alla nazione, Trump ha seguito una strada intrapresa 23 anni fa dall'amministrazione Bush e dal governo del Primo Ministro britannico Tony Blair per giustificare la guerra in Iraq.
L'allarmismo missilistico non è l'unica causa dei flashback della guerra in Iraq. Probabilmente, uno dei peggiori fallimenti di George W. Bush fu la negligenza nella pianificazione delle conseguenze di una guerra che ha portato a divisioni settarie e a un'insurrezione verso gli americani del popolo iracheno. L'Iran è probabilmente uno Stato più solido di quanto non fosse l'Iraq. Trump non ha ancora chiarito al mondo cosa succederà dopo l'attacco di sabato mattina scorso all'Iran, cosa potrebbe accadere in caso che l'azione militare statunitense e israeliana rovesciasse il regime clericale iraniano. Non solo la guida suprema degli iraniani, ma l'establishment piramidale islamico al potere a Teheran.
La logica della guerra è il risultato di un presidente che ha mostrato un crescente gusto per l'azione militare e la forza, dopo, sono sue parole: "avere posto fine a ben altre sette guerre".
Distruggere il regime teocratico iraniano significa mantenere la promessa fatta da Trump ai manifestanti dopo che aveva dichiarato che gli Stati Uniti erano "armati e pronti" a proteggerli.
Con la guerra in Iran priva la Cina di un altro membro del suo asse di influenza, dopo che ha cooptato il Venezuela. Grande rispetto per Pechino: mai svegliare la "tigre" che dorme!
Tuttavia, è diventato il presidente che ha fatto la guerra per cacciare gli ayatollah dopo 47 anni, un'impresa che è sfuggita a vari suoi predecessori: Jimmy Carter, Ronald Reagan, George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden. Un'eredità notevole per un presidente che desidera, forse, ardentemente un posto nella storia.
Infine, non da ultimo, l'attacco USA-Israele all'Iran rende la geopolitica internazionale di estrema fragilità e un caos nell'ordine internazionale. La Russia, la Cina è molti paesi non occidentali osservano con un senso crescente di preoccupazione la politica di Washington e temono le conseguenze globali del conflitto.
La storia ci insegna che una grande potenza, come gli USA, ottengono vittorie nell'immediato, ma difficilmente si traducono in soluzioni che durano nel tempo per problemi come quelli che legano l'Iran alla sua geografia politica e culturale, all'orgoglio nazionale. Le ambizioni di Trump, rischiano di scontrarsi con una realtà molto più complessa, dove l'uso della forza non sempre produce ordine, stabilità e alleanze forti. Nel conflitto con l'Iran, ciò che Trump non farà mai è impegnare le forze di terra statunitensi. Troppi i rischi in politica interna. Tra pochi mesi ci saranno le elezioni di midterm, anche se tra gli elettori americani la politica estera conta come il due di picche, ma una vittoria in breve tempo darebbe (tanto è innegabile), una spinta notevole ai candidati repubblicani.
In caso di decapitazione degli ayatollah, ciò non significa che gli Stati Uniti avrebbero la capacità di controllare gli eventi successivi. Quello che si dice con sicurezza è che non ci sarà l'emergere di una democrazia laica guidata dal figlio dello Scia'. Molto più probabile, forse, la presa del potere da parte di un gruppo di ufficiali ignoti delle Guardie rivoluzionarie islamiche (Pasdaran), seguita da una massiccia violenza umana con una forte instabilità geopolitica nella regione e nei Paesi del Golfo.
La conferma è arrivata nella serata di sabato da parte del Presidente americano Trump e dal Primo Ministro israeliano Netanyahu, che la guida suprema dell'Iran, Ali Khamenei, è stato ucciso nel primo raid aereo alle sette e quarantacinque del mattino di sabato dall'IDF - Israel Defense Forces - (Forze di Difesa Israeliane), con la CIA che ha dato l'informativa della sua presenza.
Un successo, specialmente per le donne iraniane. Hanno decapitato la teocrazia iraniana. Ora che cosa dobbiamo attendere: Un cambio di regime? Ovvero i Pasdaran sono i futuri padroni dell'Iran? O La gente scende in piazza per una democrazia laica? L'occasione e' unica. Viviamo tra rumori di guerra. Ciò che possiamo augurarci da europei è che il cambio di regime avvenga non seguito dal caos. Le parole di Leone XIV: "Con le armi non si costruisce la pace" e auspica il ritorno al dialogo diplomatico.
Enzo Sossi