Romualdo e le murene - Un racconto di Adriano Pierulivo
Elba Report: 20/04/2026 11:44:24
Ecco un'altra perla di Adriano Pierulivo. Un flash di vita del 1942, avvenuto in una cava di granito nell'Elba dell'ovest. Il maestro in pensione, originario di San Piero, è anche poeta e con le sue opere letterarie ha vinto diversi concorsi. Ora ha scritto di Romualdo, tenace scalpellino al lavoro, che addirittura riusciva a pescare murene mentre mangiava pasta e fagioli, nella pausa pranzo. Si conquistava la cena con una lenza legata alla caviglia.
La lavorazione del granito, storia secolare, vede protagonisti gli scalpellini capaci di resistere al duro lavoro, battendo la pietra anche in estate sotto il sole cocente. Romualdo Rocchi, forte e fiero, viveva la pausa pranzo in una cava vicina al mare e gustava il prezioso pasto consegnatogli dalla giovane figlia Adina. Agiva con gesti sapienti: non c'era da perdere tempo. Presto doveva tornare a battere il granito.
Il racconto è un dipinto fatto di parole, ed esprime la faticosa vita di uomini di valore. Dopo la metà del 1800, secondo una ricerca fatta dall'Associazione Le Macinelle di San Pietro, giunsero rinforzi dalla Toscana. Scalpellini esperti arrivarono anche da Lastra a Signa, dove da secoli si lavorava la pietra serena utilizzata dagli architetti fiorentini. Gli artisti del mazzuolo e il ferrotondo, lo scalpello per domare la dura pietra granitica, erano i Rocchi, Randelli, Pantani, Beneforti. Allora dal mare elbano partivano velieri carichi di granito lavorato. Una memoria scritta fu lasciata da certo Nencioni. Su una agenda scrisse dettagli delle spedizioni tra il 1888 e il 1904. Dalla roccia elbana nascevano pezzi che diventavano porti elbani, scalini, marciapiedi, nell'isola e altrove. Famose le colonne di granito elbano finite nel Duomo di Pisa o al Panteon a Roma, ma anche una grande tazza isolana servì per completare una fontana nel giardino di Boboli in Firenze.
Romualdo e le murene - Una storia del Caloncino
UNA STORIA DI CAVA SUL MARE DI 80 ANNI FA – 1942 - di Adriano Pierulivo
Il sole picchia come un ferro rovente sulla testa bagnata di Romualdo. Non è acqua quella che scivola sulle gote scarne dello scalpellino. È sudore misto a polvere. Da ore s'arrabatta con mazze e mazzuoli nella cava più grande, sopra strada, al Gariàn. Il mare è a due passi, può toccarlo con le mani, ma lontanissimo. Guai a interrompere la catena di montaggio. Minare, esplodere, spaccare, scalpellare, bocciardare, caricare la lizza, tirarla e spingerla fino al Caloncino, e poi più in là, fino al Picche, che poi verrà il bastimento per portare a destinazione quel ben di Dio: il granito, l'oro bianco di Seccheto. E giù bestemmie quando la mina non esplode, quando il verso del blocco da tagliare è quello sbagliato, quando qualche dito, mano o piede indifferentemente, rimane spappolato tra un manufatto e l'altro, quando la granodiorite penetra, con il suo veleno sottile, nei bronchi e nei polmoni.
D'improvviso, lacerante, il suono di una sirena attraversa le Cave sul mare. È mezzogiorno e tutti gli operai, senza perdere tempo, si avviano verso le loro povere case, sparpagliate sul pendio sassoso a monte della spiaggia. Romualdo, no. Rimane lì. La sua casa è lontana, al confine della vallata. Non farebbe in tempo per l'anda e rianda. Quindi... la figlia spunta dalla curva, dopo nemmeno cinque minuti. Minuta, ha i capelli scuri messi a caschetto e non più di dieci anni. Un cappellino di paglia appena spagliato su un lato, la protegge dalla canicola. Reca in mano una gavetta provvista di due scomparti a incastro. Solitamente, nella parte inferiore galleggia il minestrone o rimane ben calda la pastasciutta, in quella superiore, staziona il secondo. Quando c'è.
Romualdo le sorride. Prende la gavetta e, seguito dalla bimba, si incammina per il sentiero verso lo scoglio più alto, quello spianato e comodo, dove il mare è subito profondo. Prima si lava le mani e da sotto una ghiaia, con un gesto che alla bimba sembra da prestigiatore, tira fuori un lungo spago che a una delle due estremità presenta un grosso amo ricurvo. Romualdo infila la mano proprio in fondo al suo nascondiglio e il cartoccio con le briciole di pane e le teste sotto sale delle sardine, salta fuori all'improvviso. Sale sullo scoglio e getta tutto in mare. Il brumeggio è pronto per fare il proprio dovere. Allama una delle teste salvate e il filaccione segue il brumeggio nella calata a mare.
Lo scalpellino si lega l'altra estremità dello spago alla caviglia e apre la gavetta. Oggi è un giorno fortunato. Minestrone con pasta e fagioli e frittata di cipolle. Il profumo del pranzo prima delle narici, gli penetra negli occhi, che quasi lacrimano nel vedere quella gustosa abbondanza.
Romualdo guarda la bimba che non perde un secondo delle azioni del padre. La prima cucchiaiata di minestrone è per lei, che poi rifiuta le altre: ha già mangiato.
L'uomo si gusta fino in fondo il sapore degli spaghetti spezzati nei fagioli, e quando sta per arrotolare il trinciato forte nella cartina, sente uno strattone alla caviglia. Con calma tira su il filaccione, fin quando dalla testa dello scoglio, non appare quella di una murena di almeno un kg. E' ciò che si aspettava ed è quello che non si aspettava la bambina. Sorpresa, salta in aria dalla paura e con la mano trattiene un grido. Non è sicura che suo padre gradirebbe. La murena, in totale apnea, si dibatte con l'amo conficcato nella guancia. Romualdo aspetta che lo spasmo rallenti e appena l'animale si distende sullo scoglio , lo finisce, prendendolo per la coda e sbattendolo sul sasso. La murena muore, ma la bimba, ormai in preda al terrore, nota che la coda si muove ancora. Lo scalpellino, con metodo atavico, slama e controlla se l'esca è ancora al proprio posto. Dopo, lancia nuovamente il filaccione in mare. Rolla il tabacco nella cartina e con la prima boccata si gode il momento più bello della giornata. La bimba, con le gambe che fanno giacomo giacomo, è scesa dallo scoglio e si è messa all'ombra di un trasto, uno di quei tavoloni un po' sbilenchi che fanno da passerella per salire sulle barche della pesca. Cerca di stare più alla larga possibile dai viscidi abitanti del mare. Romualdo, spenta la sigaretta e salvata la cicca, attacca il secondo. Mette la frittata tra due fette di pane nero, fatto con la crusca, e mastica a quattro ganasce. Non mura a secco. Il fiasco con la vinella, che aveva messo a refrigerarsi in una pozza d'acqua salata, è ormai a metà. Il tempo di finire il panino e il secondo strattone alla caviglia è l'avviso che la pesca sta per essere completata. Questa volta, la sfuggente preda gialla e nera, è un po' più piccola, ma la sua sorte è ugualmente segnata. Romualdo scende dallo scoglio con la gavetta in una mano e le murene nell'altra. Sciacqua tutto nella leggera risacca della riva. Riempe il recipiente per un terzo d'acqua e poi vi mette a galleggiare i due pesci. Ripone il filaccione nel suo nascondiglio, insieme al cartoccio con il brumeggio avanzato.
Padre e figlia prendono per la breve salita. Mentre lui si accende la seconda sigaretta della giornata, al di là della curva i suoi compagni di fatica stanno ritornano al lavoro. La sirena coglie Romualdo nel momento dell'ultima tirata e anche questa volta la cicca viene accuratamente salvata. Il tabacco ritornerà buono per i momenti di carestia. La figlia, ben contenta di salpare gli ormeggi in direzione terra, riceve il secondo paterno sorriso e il gavettino pieno di pesce. "Portale alla tua mamma e dille che le spelli e le prepari per cena". La bimba parte zampettando, con il braccio che tiene la gavetta ben lontano dal corpo e un dubbio atroce: "Saranno morte o saranno vive?”.
Nelle foto Romualdo Rocchi